venerdì 30 agosto 2013

Incontro d'estate (parte 2°)

“Andiamo di là”, le dissi indicando camera mia . Mi rispose, con un sorriso un po’ timido: - “Si va bene”.
La presi sottobraccio come per non lasciarmela sfuggire e la trascinai sul mio letto, intenzionato a sfogare con lei e dentro di lei la voglia che mi era presa subito fortissima fin da quando l’avevo incontrata sull’autobus e che si era amplificata in maniera esponenziale dal momento che si era mostrata così remissiva e così disposta a seguirmi; sapendo bene cosa le sarebbe capitato. L’idea che lo sapesse, che sapesse a cosa andava incontro, del resto evidente vista la situazione, mi aveva reso più che mai aggressivo.
Seduta sul letto mi guardava fisso e cominciò a spogliarsi velocemente mentre io facevo lo stesso e intanto l’aiutavo a togliersi il reggiseno e gli slip. Un corpicino morbido, seni grandi, culo un po’ pesante pronto ad essere violato.
Mentre ci spogliavamo le infilai la lingua in bocca e poi appena ebbe il seno scoperto le iniziai a succhiare i capezzoli. Il suo respiro già si faceva più affannoso, lo sentivo bene.
“Ora però ti voglio dare un altro tipo di bacio, stenditi”, le dissi serio guardandola fisso negli occhi.
Rimase un attimo interdetta e poi subito si stese sul letto allargando le gambe e dischiudendo appena la sua fica. La ragazza evidentemente aveva già capito di quale bacio si trattava.
Le presi per le gambe allargandole ancora di più, mi avvicinai e poi le infilai le dita nella fica per cercare meglio il clitoride e scoprirlo del tutto, immerso nella peluria nera. Adesso  era tutta dischiusa e letteralmente mi fiondai con la bocca aperta e la lingua di fuori sulla sua fica, leccando sopra il clito, tutto intorno  con dei colpetti anche subito sotto, dove sprofondava quel buco tutto rosa che avrei presto riempito col mio cazzo. Quel cazzo che intanto sentivo pulsare duro e che aveva un gran bisogno di venire avvolto dalla sua carne bagnata.
La ragazza (era stato tutto così veloce che non sapevo nè il suo nome, né di dov’era), stava lì distesa a gambe larghe e  mugolava sempre più forte mentre la leccavo.
Ad un certo punto mi fermai, mi alzai e , prendendolo in mano, con la cappella rosea che non aspettava altro di essere succhiata, lo misi davanti alla sua bocca, dicendole: “Ora tocca a te”. Come risposta strinse la bocca, fece cenno di no e mi rispose: “No no io quello solo a grandi amori”. Rimasi fermo un attimo a guardarla stupito, nonostante tutta la mia eccitazione mi spingesse a fare ben altro. Non ricordo se fui più seccato o più divertito. Forse ambedue le cose. Ma come? Dopo appena dieci, quindici minuti di conoscenza vieni a casa mia, consapevole che avremmo fatto sesso e poi mi dici che non mi fai un pompino perché non sono un tuo grande amore?
Al che, ripreso dalla sorpresa, l’afferrai per i fianchi e, sempre lì sul letto, la girai: “Allora guardiamo se questo lo fai con chi non è un tuo grande amore”. Le divaricai le cosce e da dietro, una volta vista la spacca rosea, la penetrai di brutto, affondando in un buco caldo, morbido, fradicio, avvolgente. E lei si fece fare senza problemi; anzi iniziando a dire qualcosa tra i denti d’incomprensibile, probabilmente in spagnolo, tipo “scopami, spaccami”. Almeno  i “non amori” la potevano scopare da dietro.
Mentre affondavo ritmicamente in quel buco fradicio, tenendola un po’ per i fianchi, un po’ toccandola davanti e prendendola per i capelli, reso più aggressivo dal fatto che mi avesse  negato il pompino, vicino ad un orecchio, a denti stretti, le dissi qualcosa tipo: “Dopo te lo ficco nel culo, lo sai?”.
Come se avesse capito,  quando era ancora lì girata a pecora, voltandosi un attimo e quasi ridendo, mi rispose: “Lo so cosa vuoi fare”. Continuai a scoparla accanito ma nonostante tutto rimasi allibito: vieni qui da me, rifiuti un pompino per ragioni “morali” ma poi te lo fai mettere volentieri nel culo?
Non potevo che prendere atto e prima di soddisfare quella mia potentissima voglia di sodomizzarla, pensai bene di farla venire sopra di me, una delle posizioni che mi hanno sempre più gratificato: penetrazione profonda con la possibilità di usare al meglio le mani e la bocca.
Mi distesi e, con cazzo in mano, le dissi di montarmi sopra. Così fece e, mentre la guardavo, un po’ titubante  su come infilarselo senza crearsi e crearmi problemi, iniziai a sentirla scendere mentre sempre più fradicia mi avvolgeva pian piano il membro duro e pulsante.
Ora ero tutto dentro di lei e insieme iniziammo a muoverci mentre con le mani le stringevo i seni e le succhiavo la lingua….[continua]

sabato 6 luglio 2013

Incontro d'estate (parte 1°)



La scena è più o meno questa: metà agosto molto caldo in una città toscana dentro un autobus non troppo affollato.
Evidentemente con i mezzi pubblici, almeno dal lato sesso, devo avere un particolare feeling perché anche in quell’occasione – e parlo purtroppo di molti anni fa – mi ritrovai ancora una volta, e senza premeditazione, seduto davanti una bella ragazza con aspetto sudamericano.
Autobus semi vuoto che si dirigeva verso casa mia (casa vuota) mentre sia io che lei avevamo calzoni corti, gambe scoperte. Cosa sarà mai successo? Ovviamente l’avete capito.
Le nostre gambe che più o meno casualmente si toccano e – guarda caso – a quel punto non si allontano ed anzi iniziano a premere sempre più forte.
Arrivati al capolinea non scendiamo subito e ci guardiamo negli occhi mentre ancora siamo belli messi comodi con le nostre gambe nude che premono le une sulle altre. La ragazza mi guarda finalmente negli occhi e scoppia in una risata, mentre io mi limito ad un sorriso.
Subito dopo la proposta, secca, senza troppi giri di parole: “Ti va di venire da me, ti offro qualcosa?”.
Quel qualcosa non fu affatto specificato ma credo si intuisse non sarebbe stato semplicemente un liquore o una bibita.
Scendiamo quindi quasi senza dirci nulla e dopo appena cinque minuti siamo a casa mia.
La faccio accomodare in salotto e le offro serio serio davvero un aperitivo con tutti gli annessi e connessi del “come ti chiami”, “cosa fai in Italia” etc etc.
Tempo tre minuti e mi siedo sul divano accanto a lei. Poi d’istinto un bacio accolto senza alcuna remora. Le dico: “andiamo di là?”, indicando la camera da letto.
Non mi risponde neanche, si alza e si infila velocemente lì dentro sedendosi sul letto seria seria e poi guardandomi fisso in volto.
Il resto fa parte inizialmente del mio repertorio, con un altro bacio in bocca e tanta lingua mentre la spoglio e si spoglia freneticamente buttando i vestiti sul pavimento.
Una bella ragazza mora, piccolina, bel viso, atteggiamento timido nonostante questo sesso accolto in tempi così brevi, che da subito mi aveva ispirato una bella leccata di fica. Non so perché in particolare questa ispirazione con lei, malgrado la cosa mi sia sempre piaciuta, e quindi dopo averla baciata in bocca e sui seni abbondanti, ormai scoperti, la feci stendere velocemente sul letto allargandole le gambe. Poi eccomi chinato sulla sua fica con le dita intente ad allargarla ancora di più, a dischiuderla proprio e poi subito a lavorare di lingua. Fradicia, immerso nel suo odore acre ma tutt’altro che sgradevole, alzando gli occhi verso di lei, la sentivo ansimare forte e sussurrare qualcosa di incomprensibile mentre intanto infilavo la mia lingua dentro la sua fica e le avvolgevo veloce il clitoride duro e pulsante. Quasi come a bere il suo succo del piacere. Come “antipasto” la volevo fa venire solo con la mia bocca e sentivo che ci stavo riuscendo anche dopo pochi minuti, mentre intanto il mio cazzo era diventato di marmo e non aspettava altro di entrare dentro di lei….

venerdì 27 luglio 2012

Chissà fino a quando - parte IV



Quando ci si ritrova senza forze, dopo un rapporto sessuale intenso, spesso si usa un termine piuttosto efficace: spompato. Forse anche in riferimento a quel sesso orale che ti ha succhiato via tutto. Si, decisamente calzante e veritiera come espressione.
Così mi sentivo dopo essermi sfogato con la mammina e averla ridotta come piace a me: una maschera di sperma.
Qualche parola di circostanza, qualche battuta ma poco altro. Tutti e due ansimanti. Lei nel soggiorno, su quella poltrona dove l’avevo così conciata, occhi socchiusi e senza alcuna intenzione di andarsi a lavare il viso. Serena, sorridente, quasi sonnecchiante.
Io che un po’la guardavo fissa e un po chiudevo gli occhi seduto sul pavimento e con la schiena appoggiata al muro.
Un momento probabilmente poco “erotico”, tra due adulti che fino a poco prima si erano scopati con accanimento e quasi con rabbia.
Non ricordo bene quanto rimanemmo così. Forse una mezz’ora. Quel tanto probabilmente da far passare quello che viene chiamato “periodo refrattario”. La carica sessuale, la voglia la sentivo ancora, anche se fisicamente mi ero scatenato e non mi sentivo più molto sicuro di poter reggere un altro rapporto con quella donna, che peraltro si era dimostrata piena di risorse e priva di tabù.
Intanto la mammina si era alzata, era andata in bagno, si era rinfrescata e pulita dalle tracce del mio sperma. Devo dire che un po’ la cosa mi era dispiaciuta; inutile ripetere che vederla ridotta in quello stato, col viso, centro delle emozioni, marchiato del mio piacere mi aveva fatto sballare del tutto.
Adesso, con qualche allusione maliziosa, avevamo ricominciato a parlare e mi era riapparsa tutta bella sorridente e fresca, come pronta a ricominciare.
Adesso andai io in bagno e mi feci una veloce doccia, pregandola di aspettarmi. Sarei tornato più vispo di prima, le dissi. O almeno così speravo.
Pochi minuti dopo ci ritrovammo ancora in quel soggiorno, tutti e due sorridenti.
Poi la domanda: - “senti un po’ bella mammina, ma adesso che facciamo?”.
Si mise a ridere: - “non so proponi tu. Un po’ di coccole?”. E giù a ridere.
Avevo capito bene che le sue coccole significavano ancora dosi di cazzo.
Tra l’eccitato e la preoccupazione di non potela gratificarecome avrei voluto, mi avvicinai a lei e le dissi: “Ora vieni di qua, in camera mia. Proviamo a combinare qualcosa come dico io”.
La portai nella stanza vicina, le tolsi velocemente gli slip e la feci stendere sul letto.
“Adesso ci penso io. Ora un bel bis”.
E tornai a leccarle la fica, mentre le allargavo le grandi labbra con le mie dita, affondando la lingua sul clito, intorno, fino a stuzzicarla dentro. Continuai così a lungo mentre le sentivo il respiro affannoso e le sue mani sulla mia testa che mi spingevano contro di lei.
Non del tutto sicuro di poterla nuovamente scopare con intensità la volevo far venire con la mia bocca, eccitandomi della sua eccitazione.
Poi dopo diversi minuti, mentre sentivo la sua fica allagarsi sempre più di umori e sentivo sulla mia lingua le sue contrazioni, ecco che il cazzo per il momento soltanto “barzotto”, nel cogliere il suo respiro sempre più affannoso, divenne nuovamente duro; tanto da poterla penetrare come volevo.
Mi fermai, mi alzai un attimo e la guardai negli occhi. I miei erano sbarrati, quasi cattivi, esprimevano la voglia di tornare a scoparla in ogni buco e senza alcun riguardo.
I suoi erano socchiusi e quasi mi rimproveravano di essermi fermato: “cosa fai? Non perdere tempo, fammi godere, sbattimi, sborrami. Trattami da troia. Fai il porco come prima, sbrigati”.
- “Si, ma ora girati”.
Presi il cazzo con la mano destra mentre lei si era velocemente girata sul letto allargando le gambe e così scoprendo il suo culo e la fica.
Velocemente lo ficcai dentro, prima nella fica. E la pompai con forza mentre con una mano la tenevo per i fianchi e ogni tanto scendevo giù a massaggiarle il clitoride; e con l’altra la tenevo per i capelli, tirandoli. Non ricordo cosa le dicevo, cosa ci dicevamo. Sicuramente, tutti e due tra i denti, delle grandi oscenità condite da tanti “ti scopo troia”, “sfondami porco”.
Poi venne il momento della sua bocca.
Sempre tenendola per i capelli, subito dopo aver estratto velocemente il mio cazzo fradicio di umori dalla sua vagina, le dissi perentorio di aprire la bocca e di succhiarmelo.
La girai verso di me e senza problemi lo ficcai nella sua bocca che già stava aperta con la lingua di fuori.
Nonostante le avessi detto di succhiarmelo in realtà non le diedi alcuna opportunità di farlo:spingendo il bacino contro di lei le stavo letteralmente scopando la bocca, un po’in gola un po’ contro le guance, e così le facevo perdere della saliva.
Era un bel vedere. Si lasciava fare senza problemi mentre conducevo il ritmo con le mani tra i suoi capelli e il mio bacino che andava su e giù avvicinandosi alla sua bocca.
Sempre più forte. Sempre più forte, mentre la saliva le scendeva fino ai seni.
Con voce perentoria le dissi: “Ora ti sborro in bocca. Hai capito? Ti sborro in bocca”.
In realtà continuai ancora per un po’ così mentre le ripetevo queste frasi come ad amplificare la mia voglia.
E poi quando sentii che stavo arrivando iniziai a muovere con ancora più forza e intensità il cazzo nella sua calda e bagnata bocca.
Arrivarono gli schizzi e mi fermai un attimo stringendo i suoi capelli e la sua testa contro di me.
Forse non le riempii realmente la bocca ma la sensazione era quella: mi sentivo svuotare con schizzi liberatori e brucianti.
Adesso dalla sua bocca, mentre continuava a tenere gli occhi leggermente socchiusi, non scendeva soltanto la sua saliva.

sabato 30 giugno 2012

Chissà fino a quando - parte III




Mi era già capitato più di una volta e ormai avevo capito che alla fine del rapporto, quando i fiotti di sperma si erano esauriti, il fatto di vedere la mia partner imbrattata, soprattutto in faccia, del mio seme diventava motivo di ulteriore voglia e desiderio. Un che di potenza e di desiderio che si alimentava con quel volto volutamente sporcato del mio bianco piacere.
Avvenne così anche quella volta, con la “mammina”.
Era stato un rapporto quasi brutale, veloce, intenso come pochi: un sesso anale praticato senza troppi riguardi e poi finito nella maniera che appunto più mi piaceva e che probabilmente più si adattava alla voglia di lei di sentirsi troia. In faccia, una maschera di sborra.
Al termine dell’ultima eiaculazione, bruciante, abbondante, che quasi mi dette l’impressione di essere del tutto svuotato, mi fermai di colpo, con un respiro particolarmente affannoso, e mi buttai ancora con i pantaloni abbassati sul divano che stava lì vicino al tavolo dove avevo inculato e poi schizzato in faccia la mammina.
Anche lei era rimasta lì ferma in ginocchio, ansimante, ferma, con le mani che si reggevano al tavolo, gli occhi semi chiusi e il suo bel viso che era percorso, dalla fronte fino al collo passando per le guance e le labbra, da lunghe gocce di materia biancastra. Si era la parola adatta: una maschera di sborra.
A quanto pare ero molto pieno e quel rapporto brutale ma del tutto condiviso mi aveva proprio svuotato.
Rimanemmo qualche istante silenziosi; poi mi feci forza, mi alzai e, ogni tanto volgendo lo sguardo a lei che ancora rimaneva in ginocchio come inebetita, andai in bagno con i pantaloni ancora abbassati e col sifone della doccia e il sapone mi pulii quel mio cazzo che ancora non si era del tutto ammosciato. Dopo un sesso anale e così tanto sperma ne aveva decisamente bisogno.
Mentre lo facevo continuavo a guardarla, lì in ginocchio e fissandola su quel viso pieno di quel mio piacere che ancora le impiastricciava la pelle: qualche goccia scendeva ma a quanto pare le avevo regalato del seme poco liquido che rimaneva attaccato a lei e mi faceva pensare ad alcuni film hard guardati nell’adolescenza. Quelli dove l’attrice, dopo il facial, rimaneva ferma per lunghi minuti a farsi vedere così e magari si alzava e camminava per farsi mostrare tutta spermata.
Tornai vicino  a lei che stava per alzarsi e le dissi: “ti prego adesso non pulirti, rimani per un po’ così”.
Seria seria sii limitò a togliersi un po’ di sperma intorno agli occhi ma fece come le dissi. E mi guardò, come per chiedermi adesso cosa volevamo fare.
Guardarla così riaccese nuovamente quella voglia che probabilmente non era affatto terminata neppure con la mia recente sborrata. Era stato solo quel momento di stanchezza fisica presente negli uomini, ma quel mio marchio di seme sul suo volto mi fece dimenticare tutto il resto.
La guardai fissa sul suo viso tutto sporco di me e poi con la mano sinistra l’afferrai per i capelli: “Adesso vieni, ne ho ancora per te”.
Comunque stanco, malgrado la voglia che mi era ripresa come prima, sempre con la mano nei suoi capelli, la feci sedere su quella poltrona e le dissi di allargare le cosce.
La mutandine erano ancora scostate. Mi misi velocemente in ginocchio e davanti a lei seduta, dopo aver tirato fuori la lingua e averla fatta vedere quasi con un sorriso, iniziai a leccare quella fica ancora pulsante e tutta rossa, bagnata di umori. Con le mani la allargavo e intanto leccavo velocissimo e infilavo la lingua tra il clito e il buco della vagina.
Il cazzo mi diventava sempre più duro e lì sulla poltrona, con le sue mani che stringevano la mia testa e le mie spalle, lei mi faceva sentire un respiro sempre più profondo e parole smozzicate miste a gemiti: “continua porco continua”.
Dopo poco, discostando la bocca dalla sua fica: “Ora tocca a me bella mammina”. Le dissi così con uno sguardo quasi incattivito.
Era lì con gli occhi sbarrati, con le cosce tutte aperte, quasi nuda, con i vestiti tutti discostati per permettere la mia penetrazione.
La presi ancora per i capelli, per la testa, con due mani: “Apri la bocca”.
Le infilai il cazzo dentro e, mentre la tenevo sempre con due mani per la testa e per il capelli, iniziai letteralmente a scoparle la bocca col mio bacino che faceva su e giù contro di lei.
Sentivo la sua lingua che si dava da fare ad accogliere il mio cazzo che la scopava e tanta saliva che le iniziava a colare dalla bocca.
Non so quanto andai avanti.
Ma quando iniziai a sentire i primi stimoli di una nuova sborrata, la fissai nuovamente sul viso, sempre pieno del seme regalatole poco prima, e con la bocca piena del mio cazzo che stava esplodendo ancora.
Un attimo prima di venire, tenendola per i capelli con la mano sinistra, tolsi il cazzo dalla sua bocca e mirai alla sua fronte e in mezzo agli occhi.
Pensavo di essermi praticamente svuotato ma in realtà, mentre urlavo dal piacere, vennero fuori altri schizzi, sicuramente meno abbondanti di prima, ma quel tanto da riempirle ancora il viso del mio seme bianco.
 
[...]



lunedì 14 maggio 2012

Chissà fino a quando - parte II


Ormai erano passati alcuni mesi da quell’incontro così particolare e clandestino. La brava mammina in bicicletta.
Ci ripensavo tra un misto di divertimento per la situazione grottesca e l’eccitazione del momento; con tutto quello che c’eravamo promesso sia al cellulare sia quella volta che dal vivo ci siamo presi contro quel muro e le sussurravo le peggio cose mentre la frugavo dappertutto.
Poi pochi giorni dopo quello strano ed eccitante incontro mi contattò e mi disse che quel suo povero marito  le aveva scoperto un cellulare che non conosceva, con una rubrica piena di nomi maschili.
Quindi, dopo avergli detto che era solo una cosa da nulla, senza importanza, gli aveva promesso di gettarlo via. Insomma voleva fare la brava ragazza.
Però la natura è quella che è e difatti passato un po’ di tempo la incontrai per caso in strada, una sera d’estate: qualche sorriso malizioso, poche parole e la promessa di rivederci. Sapevamo per cosa.
Le lasciai nuovamente il numero di cellulare e lei mi diede il suo nuovo numero.
Alcuni sms e il giorno dopo, verso le 18, poco dopo essere rientrato a casa dall’ufficio, ecco suonare il campanello. Era lei, come promesso.
Questa volta volevo finire dove avevo lasciato e anche lei ne a quanto pare, passato il periodo di penitenza, ne era convinta.
Le aprii la porta. Vestita con un abitino leggero e corto che faceva ben vedere le sue forme abbondanti, entrò velocemente e con un sorriso ampio ed estremamente malizioso.
Ci guardammo un attimo negli occhi. Solo un attimo. E poi la presi con forza stringendola a me e baciandola sulla bocca, frugandole dentro con la lingua. La premevo con forza e lei faceva lo stesso, con le mani che iniziavano subito a toccarmi la patta sopra i miei jeans leggeri.
C’è poco da aggiungere: avevamo urgenza di scopare ed evitai i miei consueti preliminari, fatti di leccata di seni, di capezzoli, di fica.
Il tempo di baciarci furiosamente, di strusciarci con forza per un lungo minuto e poi pensai bene di andare oltre.
Lì nell’andito, dove avevamo subito iniziato a fare sesso, c’era un tavolo.
La presi di peso fino quasi a sbatterla lì contro.
Le dissi: - ora girati e allarga le gambe! – mentre le alzavo la gonna e le abbassavo velocemente gli slip.
Le misi la mano destra sulla testa e la feci chinare contro il tavolo, con il bacino appoggiato, mentre le allargavo le gambe aiutandomi con le mie.
Sapevo che amava le parole forti, che la trattassi per quella grandissima troia che era.
Non ebbi remore a dirlo: - Ora stai ferma e fatti inculare!
Lei: - dai fallo, fai presto.
Ora lei era riversa contro quel tavolo, china, con la gonna alzata, gli slip abbassati, col buco del culo roseo tutto scoperto davanti a me.
Il tempo di aprirmi la patta dei pantaloni e liberare quel mio cazzo diventato ormai di marmo che appoggiai veloce la cappella sul suo buchino. Un attimo e iniziai a spingere. Prima in maniera continua, tanto da sentire la mia asta pulsante sempre più avvolta e  sempre più stretta dalla sua carne, e poi iniziando a spingere più forte assestando colpi regolari. Forti.Come voler arrivare fino in fondo, in fondo al buco del suo culo.
Ansimava e forse sentiva dolore ma mi diceva: - continua porco, sfondami.
Io mentre la inculavo e tentavo di toccarle i seni e dappertutto, tenendole la testa china contro il tavola, la trattavo da troia quasi urlando.
L’idea di venirle nel culo mi prendeva moltissimo ma tutto quel suo voler essere trattata da troia mi fece tornare la voglia di farle una maschera di sborra. Di farla sentire, con lo schizzarle in faccia, ancor più troia. Quella che voleva essere.
Avevo il cazzo completamente avvolto dal suo ano, dal suo buchino stretto. Un attrito che mi stava facendo venire forse prima di quanto volessi.
E ora sapevo cosa fare.
Appena sentii l’urgenza di sborrare, feci uno sforzo su di me, mi fermai un attimo, tolsi il cazzo da quel buco di carne, la presi per i capelli e la costrinsi ad inginocchiarsi davanti a me.
Fu un attimo, pochi secondi.
Là accanto al tavolo dove la stavo inculando, appena ebbi il suo viso davanti, con una mano nei suoi capelli e l’altra che teneva il cazzo duro e pulsante, sentii partire i miei schizzi brucianti di sborra.
Avevo evidentemente un bel po’ di arretrato perché i fiotti di sborra furono abbondanti e la colpirono in pieno viso. Completamente, mentre stava ad aspettare ad occhi socchiusi.
Fu un’immensa gratificazione vedere quella mammina, una mammina tanto birichina, con quel suo bel viso pieno del mio sperma.
Sicuramente non finiva lì….


domenica 22 aprile 2012

Festicciole.....


Non ricordo proprio che musica avevano messo in quella nostra festa di adolescenti arrapati.
Forse gli Wham, al tempo andavano forte; ma poco importa.
Era una musica lenta, adatta allo struscio ed alcuni di noi giovanissimi eravamo proprio contenti di approfittare dell’occasione per abbrancare una nostra compagna di classe, o comunque una di quelle tipe ben messe che erano venute alla festa.
Altri proprio non avevano ancora testa per il sesso e lo struscio. Erano più bimbetti.
Io da quel punto di vista ero stato molto precoce e da un po’ avevo capito bene quanto mi piacesse il contatto fisico con le ragazzine.
Questa volta mi feci più intraprendente e, dopo aver sfiorato per un fianco la Laura, come per invitarla, la presi da una parte, senza troppi complimenti, e le dissi: “dai, vieni”.
Eravamo solo io lei e un’altra coppia.
L’ora era tarda, gli altri assonnati, stravaccati sui divani nemmeno facevano caso a me e a lei. Poca luce.
Gli altri saranno stati assonnati ma io, con la Laura lì contro di me, mi sentivo molto ma molto vispo.
Lei era veramente carina, mi era sempre piaciuta con quel suo bel viso dolce, quella sua timidezza che però non nascondeva momenti di malizia. E due seni sodi, forse non molto grandi ma proprio ben disegnati, pieni.
Ero più alto di lei di almeno venti centimetri, col mio uno e ottanta adolescenziale, e sentivo i suoi seni premere timidamente contro di me; mentre le tenevo le mani sui fianchi.
Un inizio forse un po’ timido.
Ma poi, complice il buio, sguardi veloci tra di noi, la poca gente accanto, la iniziai a stringere di più facendole spingere più forte i seni contro di me ed io premendole addosso.
Ero già in erezione dal primo momento che iniziammo a “ballare”; ammesso quello fosse un ballo e non un semplice pretesto per una pomiciata.
Non avevamo mai parlato molto io e Laura.
Timidi tutti e due, ma ora i nostri corpi erano premuti forte, gli sguardi tra di noi si facevano più frequenti.
Malgrado la musica di sottofondo sentivamo che di romantico e tenero tra di noi s’era proprio poco.
Di certo tenero non era proprio quel mio cazzo che pulsava contro il ventre di Laura, coperto soltanto da un leggero vestitino.
Inizialmente avevo forse un leggero imbarazzo nel pensare che potesse accorgersi di quel mio rigonfiamento. Ora non più.
Era troppo duro e pulsante – si muoveva proprio – per non accorgersi cosa stava succedendo e lei pareva non volersi affatto ritrarre. Stava lì ferma a prendersi tutte le pulsazioni del mio membro eccitato. Anzi ebbi l’impressione che avesse iniziato anche lei a premere leggermente per sentire meglio quella cosa dura che la desiderava.
A quel punto, giovane inesperto finché si vuole, ma le remore vennero meno, e iniziai pian piano a stringerla di più per farle sentire meglio su di lei cosa mi stava succedendo.
Adesso Laura oltre a guardarmi ogni tanto negli occhi, senza dire niente, abbassava lo sguardo sulla mia patta dei pantaloni. Rossa in viso. Sempre di più. Ma senza alcuna voglia di ritrarsi.
Per fortuna la musica continuava sempre sullo stile lento, e nella distrazione generale.
Pian piano, sempre stretti, come per “ballare”, ci avvicinammo alla stanza dove erano riposti i nostri soprabiti.
Sempre più distanti dall’improvvisata pista da ballo e sempre più vicini ad un luogo appartato. E sempre in silenzio.
Una volta lontani da occhi indiscreti, la strinsi ancora di più e ci fermammo anche se la musica continuava.
Tutti e due zitti, abbracciati, ci siamo premuti ancora più forte; quando mi voltai leggermente per vedere se ci potevano vedere.
Nessuno si era accorto di noi e velocemente le presi la sua  mano e la misi sulla patta dei miei pantaloni.
Lei sempre zitta ma iniziò, senza che dovessi dirle nulla, a massaggiarmi lì sopra dove ormai il cazzo mi pulsava duro a mille.
Poi aprii la cerniera e lo feci scivolare tra le sue mani perché mi masturbasse.
Non ci fu bisogno di dire nulla. Lo fece con la sua manina delicata, su e giù, su è giù, mentre si guardava furtiva temendo che arrivasse qualcuno.
Il mio respiro era sempre più affannoso, sentivo che non ne avrei avuto per molto.
Poi quando mi sentii venire, la strinsi forte premendole la mano su di me. E partirono degli schizzi, abbondanti, quasi brucianti nel loro uscire a fiotti; che sporcarono appena i miei pantaloni e la sua mano. Il resto tutto sul pavimento.
Ci guardammo, rossi in volto, ancora senza dire niente; e mi rimisi il cazzo nei pantaloni, anche se ne avrei voluto ancora della sua mano.
Poi da bravi ragazzini ci dirigemmo, come fosse nulla, in una parte della casa con più luce e dove stavano mezzi addormentati i nostri compagni.
Mi limitai a dirle: “Un bel ballo, vero?”.
E lei, sorridendomi timida: “si davvero”.
E io: “Se rimettono la musica poi ti invito ancora”.
Lei: “Si va bene”.
Una cosa detta così che sembra da innamoratini di Peynet.
Ma in quel momento di Peynet c’era davvero poco.
Timidi, silenziosi, ma lo sguardo era tutto per la sua bocca.
Al prossimo ballo non mi sarei più accontentato della sua mano.

sabato 24 marzo 2012

Ancora in treno....


Non erano passati molti mesi da quell’inaspettata scopata avvenuta sul treno con una sconosciuta e giovane giapponese.

Sono situazioni che accadono una volta sola nella vita, almeno così si pensa.

Però la voglia di ripetere quell’esperienza, di ritrovarsi in una situazione del genere ormai era innescata; e se mai si fosse presentata ancora l’occasione sicuramente l’avrei coltivata.

Successe appunto pochi mesi dopo, ancora in treno. Questa volta mi recavo a Bologna e, salito a Firenze, stavo su uno degli ormai introvabili pendolini Intercity.

Sicuramente non fu un caso se mi sono seduto nello scompartimento davanti una bellissima ragazza mora, alta, sui 25 anni, viso dolce, lineamenti regolari: praticamente una fotomodella.

Ancora una volta lo scompartimento, una volta arrivati a Prato, si svuotò e rimanemmo io, un po’distante un tizio che sonnecchiava., e appunto la ragazza davanti a me.

Qualche sguardo da parte sua, forse un po’distratto forse no, sguardi più insistiti da parte mia al suo viso (forse il pensiero di come avevo ridotto la faccia piena di sborra alla giapponesina si riaffacciava?) e alle sue lunghe gambe snelle avvolte in un elegante pantacollant.

Il pensiero di stuzzicarla si era fatto molto forte, sempre ricordando quel precedente di qualche mese prima.

Certo era un azzardo e così venivo meno alla mia proverbiale discrezione: ma gli sguardi della ragazza, anche se timidi, non mi facevano pensare che le dispiacessi. Anzi.

Quindi con molta disinvoltura mi “accomodai” e, senza dare troppo nell’occhio, appoggiai le sue gambe accanto alle sue.

Se la cosa non fosse stata gradita aveva tutto lo spazio per ritrarsi e idem avrei potuto fare lo stesso.

E invece, lì davanti a me, con sguardi sempre più insistiti, non ci pensò affatto a ritrarsi: le sue gambe rimasero attaccate alle mie e iniziarono a premere.

Sia da parte mia che da parte sua.

Sempre più forte. Ancora più forte.

Due gambe che si cercavano, un po’ divincolandosi per meglio sentirsi, e premevano con forza le une contro le altre, mentre i nostri sguardi indugiavano sempre di più sui nostri volti ormai diventati rossi di eccitazione.

Non posso immaginare cosa le passasse per la mente, ma forse erano più o meno le stesse cose che avevo in testa io in quel momento, nel quale pure ripensavo a cosa avevo combinato in quel treno pochi mesi prima e che ora volevo fare con lei: portarla velocemente in bagno, ficcarle la lingua in bocca mentre con la mano le avrei fatto sentire come l’avevo duro, poi inginocchiarla, ficcarglielo in bocca, scoparle la bocca e poi alzarla velocemente, abbassarle i pantacollant, scoparla e poi prima di venire prenderla per i capelli, chinarla verso di me, sborrarle in bocca e in faccia. Vederla piena di me e tutta ansimante di eccitazione mentre le grondava sperma dal viso fino ai seni.

Mentre pensavo tutto questo seguitavo a premerla.

Le sue gambe erano imprigionate dalle mie e lei, che intanto si era leggermente distesa avvicinandosi a me, stava facendo forza contro le mie; mostrando un po’ la fatica – e la voglia – nello sforzarsi di premere contro di me.

E il suo sguardo, timido e come un po’ stupito, che indugiava sempre più nei miei occhi e poi subito sulla mia patta dei pantaloni che ormai si mostrava gonfia e pulsante […]