Ero arrivato col treno a Roma soltanto per incontrarla, per non più di un’ora. Mi aveva avvisato poco prima. Aveva appena terminato una visita a parenti e anche lei non poteva rimanere in città a lungo, era di passaggio, non aveva preso nessuna camera d’albergo, e quindi così di fretta, senza la possibilità di appartarci da qualche parte cosa avremmo potuto fare?
Probabilmente poco o nulla. Ma meglio poco, pochissimo piuttosto che continuare ancora a massacrarci di masturbazioni telefoniche o, se andava bene, guardandoci in video.
Lei sempre una donna carina, impeccabile, distinta, non si sarebbe detto che avesse una natura così disinvolta. Per usare un eufemismo.
Una donna conosciuta in una chat con caratteristiche neanche erotiche, semmai per incontri – in teoria - di pura amicizia che avevo incontrato di persona soltanto un’altra volta, un anno prima e in situazione talmente pubblica che non avevamo potuto fare altro che promettere, sussurrandoci all’orecchio, le peggio cose.
Purtroppo la distanza delle nostre città e gli impegni familiari di lei non ci avevano mai permesso di concludere tutte le gran porcate che ci raccontavamo da oltre un anno.
Adesso, dopo esserci rivisti per la seconda volta, ci saremmo limitati ancora a sussurrare?
No, anche se non volevo essere arrestato per atti osceni in luogo pubblico, non era il caso di limitarci.
Poco prima di scendere dal treno le mandai un messaggio: “Fatti trovare in un locale pubblico, tipo tavolino di un bar ma il più lontano possibile dagli altri”. E poi: “immagino tu abbia indossato la gonna come ti avevo detto”.
Lei mi rispose subito e mi disse dove era andata. L’erezione ce l’avevo già, ma quando la rividi ebbi un nuovo spasmo proprio lì, al cazzo.
Io, serio e con sorriso tirato: “Buonasera, quanto tempo….”.
Lei, rossa in volto, anche lei con un sorriso tirato: “E’ vero ne è passato, ma meno male che ci siamo sentiti……”
Il locale l’aveva scelto bene, non era molto affollato e il nostro tavolo era un po’ discosto dagli altri, fortunatamente distratti.
Appena seduti, le nostre gambe sotto il tavolo hanno iniziato a premere le une contro le altre fortissimo. Sempre più forte mentre ci guardavamo senza aprire bocca. Non so bene come fosse il mio viso, ma il suo era paonazzo e le vedevo il respiro sempre più affannato.
Mi limitai a dire: “Adesso però di più”.
Allora lei si tolse velocemente la scarpa e, guardandosi intorno, iniziò a premere il suo bel piedino sulla mia patta dei pantaloni. Me la massaggiava forte, molto forte.
Quel tanto che le afferrai il piede per fermarla, altrimenti sentivo che da lì a poco sarei venuto.
Quindi la ricambiai. Mi guardai intorno, nessuno che guardava, questa volta le misi io il piede in mezzo alle cosce e poi risalii fino alla sua fica. Che sentii letteralmente fradicia, mentre lei mi guardava tremando.
A quel punto vidi lì vicino al locale un parcheggio con qualche albero, e molta ombra.
Eravamo già pronti almeno per scaricarci tutto il desiderio accumulato fino a quel momento.
Le indicai dove saremmo andati, mentre ancora la masturbavo con il piede e lei continuava a tremare.
Pochi secondi ed eravamo lì. Soli. Qualcuno ogni tanto passava, ma solo ogni tanto, ed eravamo in una posizione tale da poterli vedere in tempo prima che passassero vicino a noi.
“Prima tocca a me, poi lo faccio a te. Va bene?”
Lei, con una voce quasi roca e tremolante: “Si fallo subito”.
Le presi velocemente la testa mentre continuavo a guardare verso la strada, la feci inginocchiare davanti a me, tirai fuori il cazzo, diventato duro da farmi male e altrettanto velocemente glielo ficcai in bocca.
Tenendole premuta la testa:“Ti prego, succhia forte, succhia”.
Lei lo fece proprio come mi aveva sempre detto durante le nostre conversazioni.
Pochi secondi e iniziai a sborrare.
Un po’ nella sua bocca, ma qualche schizzo colpì anche il suo bel faccino. Proprio in mezzo agli occhi e sulle guance.
Ansimando la osservai bene e lei guardò me, con uno sguardo ancora sconvolto.
“Ora non ti posso lasciare così”.
Non la volevo lasciare senza un orgasmo.
“Mettiti in piedi”.
Mi misi dietro di lei, le infilai la mano destra sotto la gonna mentre continuavo a sorvegliare la strada.
Quindi le infilai le dita su per la sua fica, sempre più fradicia.
Meno di un minuto e il suo ansimare divenne un piccolo grido malamente represso.
Altrettanto velocemente tentammo tutti e due di tornare in condizioni normali, rimettendoci a posto i vestiti.
Io: “Questa volta c’è andata bene. Abbiamo rischiato ma….”
Lei, con un timido sorriso”: “ne è valsa la pena”.
Io: “Guarda piuttosto di asciugarti la faccia altrimenti mi sa che rischiamo ancora”.
Lei: “Ossignore……dammi subito un fazzoletto, ti prego. Devo salire sul treno”.
Fortunatamente le nostre conversazioni, le nostre idee su come l’avremmo fatto, mi avevano reso abbastanza lungimirante. Mi ero portato un fazzoletto che sembrava un asciugamano.
“La prossima volta però ti voglio vedere a lungo così come sei ora e senza necessità di asciugarti”.
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